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Mercoledì, 14 Gen 2026

Gold – La grande truffa di Stephen Gaghan, con Matthew McConaughey, Bryce Dallas Howard, Toby Kebbell, Edgar Ramirez, Rachael Taylor, Corey Stoll, Bill Camp, Bruce Greenwood, Michael Landes, Stacy Keach, durata 120’, nelle sale dal 4 maggio 2017, distribuito da Eagle Pictures.

Recensione di Luca Marchetti

Ispirato, molto liberamente, a uno scandalo minerario del 1993, Gold – La truffa perfetta è un’opera ambiziosa, impegnata a sfruttare e modificare una brutta storia di truffe finanziare e raggiri per arricchire il sempre fiorente filone dell’autocommiserazione capitalista di Hollywood.

Al di là degli avventati paragoni (neanche troppo velati) con American Hustle, La grande scommessa e The Wolf of Wall Street, l’avidità e l’ingordigia sono i peccati capitali che condannano i protagonisti del film, gli stessi che Stephen Gaghan (regista di Syriana) vede in una società americana ormai allo sbando dietro gli insegnamenti maledetti di cattivi maestri. Nel voler sbandierare quest’accusa, travestita da pellicola ai confini tra il grottesco e l’utopico, Gold, però, si dimentica di calibrare bene “le parole”. Perdendosi dietro alla reiterazione di un messaggio (scontato), il film crea una confusione di intenti che solo l’ottimo protagonista riesce, in parte, a mitigare.

Matthew McConaughey, infatti, trasmette tutto il suo scintillante talento all’interno dell’interpretazione, sempre sopra le righe, di Kenny Wells. Personaggio borderline, terribile per atteggiamento e aspetto, Wells non è altro che l’ultimo esempio di una lunghissima tradizione di truffatori, arruffapopoli, venditori e loschi piccoli commercianti che hanno popolato il cinema americano dagli anni ’40 fino ad oggi.

La figura dell’imprenditore di provincia, squattrinato ma dalla parola pronta e dall’arroganza sfrenata, è una delle maschere chiave di un cinema americano sempre pronto a stigmatizzare la propria storia sociale, dimostrazione palese e cinica di un american dream basato più sul saper sfruttare il prossimo che sul lavoro e sull’abnegazione. Da questo punto di vista, McConaughey s’immerge totalmente nell’ambigua e viscida fame del suo personaggio, cercatore d’oro moderno, lasciandosi andare a una recitazione debordante e magniloquente, che annichilisce tutte altre interpretazioni.

Ed è proprio la debolezza intrinseca di una storia che vorrebbe essere, allo stesso tempo, intelligente, cinica e morale a minare la tenuta di un film che, pur dimostrandosi perfettamente costruito, sfocia lentamente nell’inoffensivo.

Stephen Gaghan, dall’Oscar vinto per la sceneggiatura di Traffic, si è sempre considerato un autore di livello, capace di unire l’intrattenimento all’impegno sociale, i messaggi politici ai grandi budget. Purtroppo per lui (e per noi), la realtà è ben diversa. Una pellicola come Gold (che Gaghan ha ereditato dopo una lunga e faticosa pre-produzione) dimostra che il regista più che esibire una propria visione cinematografica, non fa altro che lasciarsi trascinare da modelli più ingombranti. E cosi, nel film, i riferimenti stilistici e i tentativi narrativi non fanno altro che rimandarci prepotentemente a David O. Russell, Scorsese o Soderbergh per chiamare in causa solo i registi più citati.

E,’ quindi, principalmente, un limite concettuale quello che frena il regista. Un autore che, pur mosso dalle migliori intenzioni, non può fare altro che rimanere agganciato (e schiacciato) dai propri maestri, rimandando ancora la vera e propria prova di maturità.

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critico cinematografico

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