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Sabato, 23 Mag 2026

terremoto friuli 2La settimana scorsa si è molto parlato del terremoto del Friuli del 6 maggio di quarant'anni fa. Si è ricordato il comportamento esemplare dei Friulani e il gran valore di Giuseppe Zamberletti  nella gestione della emergenza.

Tutto giusto e meritatissimo!

Voglio qui ricordare un aspetto, un po' trascurato durante le celebrazioni dell'anniversario ma che ha rivestito poi grande importanza nell'organizzazione della Protezione Civile (nei primissimi anni '80).

Quattro mesi dopo la scossa principale, si verificarono nella stessa zona altri terremoti di magnitudo tutt'altro che trascurabile.

Nel pomeriggio dell'11 settembre si ebbero due scosse, alle 18:31 e alle 18:40, rispettivamente di magnitudo 5.8 e 5.6.

Alle 05:15 della mattina del 15 settembre si verificò una scossa ancora più forte, magnitudo 5.9, che anticipò di alcune ore una di magnitudo 6.0 alle 11:30.

I Friulani che avevano cominciato a lavorare sulle macerie subito dopo la scossa del 6 maggio - e già in settembre si cominciavano a vedere i primi risultati - ebbero un momento di scoramento perché non si aspettavano una simile recrudescenza.

Lo stesso Zamberletti si ritrovò spiazzato perché non sapeva chi prendere sul serio fra i tanti esperti più o meno improvvisati che si affannavano a informarlo su quello che stava succedendo e che poteva ancora succedere.

Mi raccontò anni dopo che fu in quell'occasione che sentì la necessità di avere una voce univoca che lo aiutasse e lo indirizzasse tecnicamente nella gestione dei dopo-terremoto.

Dopo il grande sisma irpino del 1980, fu chiamato ad organizzare il Ministero della Protezione Civile, fortemente voluto dall'allora Presidente Sandro Pertini. Così nacque anche la Commissione Grandi Rischi.

All'inizio era costituita in tutto da una dozzina o poco più di persone, che erano i responsabili legali di enti o strutture che svolgevano attività utili alla mitigazione dei rischi.

Si riuniva sempre immediatamente dopo eventi di qualunque tipo, anche non particolarmente forti. Ricordo ancora la drammatica lunghissima riunione per l'esplosione di Chernobyl ...

Comunque, al sismologo era sempre chiesto di dare indicazioni sulle possibili evoluzioni di qualche zona sismica che si era attivata.

Non si parlava di previsione dei terremoti: molto banalmente si sviluppò il più possibile la ricerca storica, per capire zona per zona quale era stato l'evento massimo che l'aveva colpita nel passato ed altre eventuali particolari caratteristiche della sua sismicità. (La ricerca storica insieme ad altre competenze ha portato più recentemente alla formulazione della Mappa nazionale di pericolosità sismica pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale con la dignità di legge).

Tutto questo nell'assunzione, certamente discutibile, che le zone sismiche tendono ad avere comportamenti costanti nei secoli.

La prima cosa, banalissima, di cui ci accorgemmo è che dopo una scossa forte se ne verificava almeno un'altra altrettanto forte o quasi, sempre pericolosa, data la qualità certamente non eccelsa dei nostri edifici.

Prima del Friuli, s'era visto anche in Belice e si vide anche in Irpinia. Poi lo si verificò anche in tanti altri casi storici.

Dunque, un'informazione molto utile per la Protezione Civile.

Da allora, fino al terremoto aquilano del 2009, dopo la scossa principale, la Commissione Grandi Rischi si è sempre riunita tempestivamente e ha dato le indicazioni necessarie per separare le persone dagli edifici finché non se ne fosse rigorosamente verificata la stabilità.

Questo ha consentito di salvare un gran numero di vite umane.

Non avvenne così per i terremoti emiliani del 2012, con le conseguenze dolorose e il caos organizzativo, al limite dell'assurdo, che ne seguì.

Recentemente sono stati presentati esposti alla Magistratura su questi avvenimenti ancora,  per molti versi,  incomprensibili.

Fra pochi giorni avremo il quarto anniversario di quegli accadimenti e in quell'occasione cercheremo di mettere insieme le cose che sappiamo sull'argomento.

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