23. 05. 2018 Ultimo Aggiornamento 22. 05. 2018

“I barbari” di Bruno Dumézil, storia delle variazioni di uno stereotipo

Categoria: Libri

I barbari di Bruno Dumézil, edizioni LEG, Gorizia, 2017, pp.103, euro 14.Recensione di Roberto Tomei

Disprezzati per i loro costumi ma anche ammirati per il valore guerriero, i barbari sono sempre stati al centro dell’interesse dei popoli cosiddetti civilizzati, dai quali sono stati visti in modo differente nelle diverse epoche, come ci spiega bene il libro che qui si presenta, scritto da Dumezil, col contributo di altri studiosi francesi.

Ed invero, anche se il barbaro rappresenta un potenziale nemico, non costituisce l’orrore assoluto, venendogli comunque riconosciuta qualche qualità fisica o militare, senza la quale le vittorie conquistate non avrebbero alcun merito.

Partendo da questo dato indiscutibile, dall’essere cioè il barbaro una entità polimorfa, nel volume si indaga la storia dei popoli che la tradizione ha definito barbari, cercando di chiarire il tipo di logica e di rappresentazioni che sono alla base di tale tradizione, nella quale – si badi bene – il trionfo ottenuto contro i barbari costituisce elemento ricorrente della legittimazione del potere in atto.

La maggioranza delle informazioni presentate nel libro riguarda l’epoca antica e medievale, ma è stata analizzata anche la costruzione del concetto di barbarie nel mondo moderno e contemporaneo, in modo da mettere in luce l’importanza degli stereotipi e comprendere le variazioni e le diverse utilizzazioni di cui questo termine è ancora oggetto.

A inventare il termine “barbari”, col quale designavano a livello collettivo tutti i non greci, sono stati proprio i greci, che peraltro non si sono limitati a questo, avendoli continuamente descritti e rappresentati, celebrando tutte le vittorie ottenute contro di essi, poiché già a partire dal V secolo l’antagonismo tra ellenismo e barbarie costituiva un elemento centrale dell’identità greca.

La dicotomia greci-barbari si rivela, comunque, più complessa di quanto non si possa credere. Già agli albori, la frontiera tra greci e barbari era associata alla educazione e alla cultura più che alla nascita, una concezione che permette di capire come i greci possano “barbarizzarsi” e alcuni barbari siano in grado di ellenizzarsi. A tal punto i greci rimasero fedeli a questa idea, da inventare, nel I secolo, origini squisitamente greche ai romani, così da farli emergere dalla categoria dei barbari in cui li avevano classificati. Anche nel mondo romano la “frontiera” era in continuo movimento, col barbaro che non solo aveva un ruolo nella definizione dell’identità romana, ma poteva rappresentare persino un modello o, per lo meno, un personaggio positivo, come nella Germania di Tacito, in un contesto che comunque mai metteva in discussione la dominazione romana.

Nei secoli VI e VII, il termine barbaro è utilizzato raramente. Progressivamente, l’alterità vera e propria viene definita dall’elemento religioso, sicché i nuovi barbari non erano affidabili perché non aderivano alla vera religione. Quasi del tutto scomparso dalla retorica occidentale nel XIII secolo, il barbaro ritorna sulla scena a partire dal rinascimento. Passati nazionali, conflitti europei e territori coloniali costituiscono un nuovo campo in cui, in connessione a tematiche antiche, viene reinventata la nozione di barbaro.

Nel corso del XVIII secolo, poi, gli storici e i filosofi francesi valorizzano il periodo della fine dell’antichità e dell’alto medioevo come un momento in cui i rapporti tra barbari e gallo-romani ebbero un ruolo fondamentale per gettare le basi delle istituzioni politiche.

Nel XIX secolo, parallelamente alla comparsa di un certo fascino esercitato dai barbari, collegato alla diffusione dell’idea di democrazia, l’appellazione tardo-antica di barbaro è confermata dagli storici per connotare i popoli conquistatori esogeni all’impero romano del III-VI secolo e si ritrova sempre più diffusamente nelle loro opere, tranne nella lingua tedesca.

Poi ci sono state le divagazioni razziste, inizialmente finalizzate a teorizzare la superiorità dell’Europa per giustificare la colonizzazione, in seguito sfociate nelle aberrazioni teoriche del Terzo Reich.

Di certo, le rappresentazioni dei barbari, nei secoli XIX e XX, dipendono anche dall’utilizzazione politica e sociale del campo semantico della barbarie, che ha talora portato a risultati, tutti da dimostrare, come quello della donna barbarica guerriera espressione di una femminilità indipendente, che il cristianesimo avrebbe poi soffocato.

In definitiva, possiamo dire che pochi concetti sono stati così relativi come quello di barbaro. Trattando dell’argomento, Montaigne se la cavò sostenendo nei suoi “Saggi” che ”ognuno definisce barbarie ciò che non appartiene ai suoi usi e costumi”, ma, riferendosi ai popoli del nuovo mondo, concluse che gli antropofagi erano più virtuosi degli europei, poiché era meglio cibarsi dei morti che torturare i viventi. Il che equivale a dire che barbaro non è o non è sempre colui al quale comunemente si pensa.

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