21. 09. 2019 Ultimo Aggiornamento 21. 09. 2019

Calamità naturali, assicurazioni obbligatorie e … morale facoltativa

Enzo Boschi*

Seguo con simpatia gli sforzi del Presidente Letta e del suo Ministro Saccomanni nei loro tentativi di inventare nuove tasse e prelievi vari per trovare i soldi necessari alla soppressione dell'Imu pretesa da Berlusconi.

L' invenzione di nuove tasse con la caratteristica di non sembrare tasse e, quindi, di grande interesse per i nostri governanti, che si augurano, utilizzando nomi diversi, che noi contribuenti non ce ne accorgiamo. Quando poi Letta dichiara con tono deciso, in genere durante incontri con i suoi colleghi europei, che i conti sono in ordine e che tutto va bene, la simpatia si trasforma in comprensione fraterna. perché mi rendo conto quanto sia difficile a una persona perbene dover fare simili dichiarazioni nella situazione attuale.

Tutto questo per dire che mi ha fatto piacere, in un primo momento, scoprire che il massimo ente scientifico italiano, il Cnr, cercava di aiutare il nostro Presidente del Consiglio ad inventare nuove tasse senza farle sembrare tali. La cosa, apparentemente assurda, non mi ha neanche tanto meravigliato perché per tutte le attività umane che si possano immaginare c'è almeno un Istituto o un gruppo di ricercatori del Cnr che le stanno studiando. Quindi perché al Cnr non dovrebbe esserci un organo che studia i modi per tassarci meglio, eliminando a priori motivi di malcontento dei contribuenti? Un tema di indubbio interesse, anche internazionale, che non ha ancora trovato una soluzione e quindi giustifica l'impegno del Cnr.
Ma qual è la tassa che è stata "inventata" senza farla sembrare tale? L'assicurazione obbligatoria degli edifici contro terremoti, alluvioni e disastri vari.

In realtà non è un'idea tanto nuova: circola da tempo e viene portata avanti in genere da coloro che esprimono e hanno sempre espresso dubbi e contrarietà sulla possibilità di mettere in sicurezza il Paese con una grande operazione di opere pubbliche che rilancerebbe economia e occupazione. Forse strette frequentazioni di Assicuratori possono influenzare le opinioni di alcuni in quella direzione. Specialmente se questi Assicuratori si mostrano prodighi nel finanziare "disinteressatamente" per esempio certe ricerche sismologiche insieme ai ricercatori in esse impegnati.
L'iniziativa, pubblicizzata dall'Ufficio Stampa del Cnr, si è manifestata ieri, 25 novembre, con la presentazione di un libro dal titolo "Calamità naturali e coperture assicurative" di Antonio Coviello.

Coviello è un ricercatore dell'Irat-Cnr e docente alla seconda Università di Napoli di "Economia e Gestione delle Imprese di Assicurazione".
Confesso che non ho letto il libro e che non ho alcuna intenzione di leggerlo. Ho letto solo la scheda di presentazione. Pur scritta in un italiano per me di difficile comprensione, penso di poterla interpretare, e con essa il libro, come un deciso sostegno per l'assicurazione obbligatoria degli edifici.

Secondo osservatori qualificati, si tratterebbe di un affare dell'ordine di 20 miliardi di € annui per le Assicurazioni. Non so quanto di questa somma andrà allo Stato Italiano. Questo appare al momento del tutto secondario perché, secondo i promotori, lo Stato dovrebbe esser semplicemente contento del fatto che in caso di catastrofe non dovrebbe preoccuparsi di finanziare ricostruzioni e situazioni di emergenza.

Penserebbero a tutto le Assicurazioni.

Non mi risulta che le Assicurazioni siano enti di beneficenza e immagino che i "premi" da pagare in un territorio come il nostro siano consistenti, per arrivare ai 20 miliardi che dicevamo prima. Ogni anno in Italia spendiamo circa 6-7 miliardi per le varie catastrofi di varia natura ed è "ragionevole" darne circa il triplo alle Assicurazioni! Se poi le Assicurazioni pagano regolarmente le tasse, possiamo pensare che 6-7 miliardi annui vengano recuperati dallo Stato, che può fare tra l'altro il bel gesto di eliminare l'Imu.

Quindi, ricapitolando, le Assicurazioni pagano danni per 6-7 miliardi agli assicurati, 6-7 miliardi di tasse allo Stato e guadagnano 6-7 miliardi netti.

A me sembra un'operazione semplicemente geniale e molto lucrosa, il che spiega anche l'entusiastico impegno dei supporters dell'operazione stessa. Fare i supporters di un'operazione così lucrosa non è illegale, anzi chi si dà da fare  immagino che sarà giustamente e adeguatamente ricompensato. Se però il supporter ha una posizione ufficiale in seno allo Stato, come Ricercatore o Professore Universitario, appare del tutto evidente che ci troviamo di fronte ad una situazione che si appalesa non proprio corretta.

Se, addirittura, i supporters hanno posizioni di responsabilità in seno a organi di consulenza tecnico-scientifica della Protezione Civile, sono necessari interventi drastici, perché in tal caso non basta più essere onesti, bisogna anche sembrarlo.
Recentemente si è sviluppata una mentalità affaristica attorno alle questioni tecnico- scientifiche della difesa dai fenomeni naturali, approfittando anche della modesta preparazione nella materia delle amministrazioni locali, che sono poi quelle più chiamate in causa.
Scopriamo così docenti universitari che propagandano l'acquisto di strumenti di bassissimo valore tecnico, sui quali hanno un qualche interesse, invece di dedicarsi alla ricerca scientifica avanzata, come il loro ruolo imporrebbe.

Comportandosi così costoro provocano un doppio danno al Paese: da una parte fanno una concorrenza sleale agli Studi Professionali privati, perché mentre quest'ultimi si devono pagare tutto, dalle stanze di lavoro fino alle matite, i dipendenti universitari hanno tutto pagato e disponibile; dall'altra occupano ingiustamente posizioni di ruolo, che potrebbero essere utilizzate con maggior profitto per il Paese da giovani magari più preparati, che spesso sono invece costretti ad emigrare. Gli stessi Studi Professionali invece di assumere giovani rischiano di dover chiudere.

Si potrebbero addirittura verificare situazioni in cui concorsi universitari risultano inficiati da rapporti di collaborazione professionale retribuita o da altri interessi quando membri delle Commissioni sono "in affari" con qualcuno dei candidati.

E’ un fenomeno che si va diffondendo, tanto che dovrebbe richiamare l'attenzione del Ministero dell'Università e della Ricerca che, dopo indagini accurate ma non difficili, potrebbe addivenire a licenziamenti in tronco, eliminando così posizioni di privilegio, che appaiono insopportabili e inaccettabili. E’ opportuno, perciò, che gli organi preposti intervengano nella maniera più efficace possibile, per segnalare e reprimere eventuali abusi.

Intanto, Ministro e Rettori potrebbero con grande semplicità e una volta per tutte azzerare i doppi e i tripli incarichi retribuiti. Eliminando finalmente un'ingiustizia tipicamente italiana e passando alla Storia per un vero ammodernamento dei nostri Atenei, oltre a aumentare il numero dei posti di lavoro.

Al Presidente del Cnr, Nicolais, grande scienziato e tecnologo, che stimo e ammiro, mi permetto di suggerire di riportare, avendone egli le capacità, il Cnr al suo ruolo naturale e al suo alto prestigio!

Tornando alla assicurazione obbligatoria, è bene ricordare un'ovvietà: pagare una costosa assicurazione non significa che in caso di terremoto o di alluvione si avrà l'assicurazione di aver salva la vita. Solo edifici ben costruiti o ben ristrutturati e che non si trovano nei luoghi sbagliati, possono garantire la sicurezza a chi vi abita.

Lo Stato o, meglio, generazioni di politici neghittosi degli ultimi decenni hanno evitato sistematicamente di risolvere il problema, come invece hanno fatto altri Paesi sismici e civili. Non si capisce perché adesso noi cittadini dovremmo pagare una nuova tassa per non aver di fatto niente in cambio: nessun miglioramento reale delle nostre condizioni di sicurezza.

La terribile alluvione in Sardegna mostra, senza alcun dubbio, che non esistono calamità naturali, come recita il titolo del libro di Coviello, ma esistono ignoranza e abnorme sfruttamento del suolo, che hanno permesso a pochi di arricchirsi sulla pelle di molti.

Ma il vento sta cambiando...

Tifone, profeti di sventure climatiche e territorio da tutelare

di Enzo Boschi*

"Di tempeste ne aveva incontrate, naturalmente. Era stato bagnato fino all'osso, sbattuto, travagliato ... Ma non aveva mai incontrato la forza incommensurabile e la collera smodata, la collera che passa e si esaurisce senza mai placarsi - la collera e la furia del mare irritato. Sapeva che esiste, come sappiamo che esiste il delitto e l'odio ...".

Così scriveva Joseph Conrad nel 1902 (Tifone, nella splendida traduzione di Ugo Mursia, Einaudi Editore), raccontando del capitano MacWhirr che, a bordo della sua nave Nan-Shan, decide di affrontare un terribile tifone nell'Oceano Indiano invece che aggirarlo perché ...
Non voglio rovinare il piacere della lettura per chi ancora non lo avesse letto, forse del più bel romanzo di mare che sia mai stato scritto.

Abbiamo letto sui quotidiani dello "scatenarsi degli elementi" sulle Filippine, dove una decina di giorni fa si è verificato un violento tifone ... Un tifone mai visto prima: venti a 300 km orari, case travolte, alberi sradicati, migliaia di vittime, centinaia di migliaia di senzatetto, senza cibo, senza acqua potabile ...

Abbiamo apprezzato le spiegazioni tecniche con i bei disegni che la grafica moderna consente su come un ciclone si forma e si sposta e le impressionanti immagini dal satellite. Abbiamo imparato che la causa ultima è la temperatura elevata degli oceani e che cicloni così forti si possono avere per la grande estensione dell'oceano stesso.

Abbiamo tirato un respiro di sollievo quando ci hanno spiegato che il Mediterraneo è troppo piccolo per generare fenomeni così drammaticamente violenti. Ma sarà poi vero?

Tutto questo sui principali mezzi di informazione è durato un paio di giorni. Poi il PdL che si scinde, Scelta Civica che si spacca, il PD sull'orlo di una crisi di nervi, la Cancellieri umana che non ha mentito, la UE che dice a Letta che la manovra non va bene, le "spese pazze" dei Consiglieri della Regione Emilia-Romagna ... hanno, giustamente, ripreso il sopravvento.

C'è stato appena il tempo di apprendere che se i cicloni si generano per la temperatura elevata dell'oceano è giocoforza concludere che la causa ultima dell'aggravarsi di queste disgrazie è il riscaldamento globale del nostro Pianeta. E abbiamo dovuto subire tutte le litanie da effetto serra: la temperatura si alzerà sempre di più, i cicloni saranno sempre più violenti, l'anidride carbonica sempre più densa, i ghiacciai che si restringono ...

I profeti di sventure climatiche, molto apprezzati nelle televisioni, hanno avuto gloria e soddisfazione: si vedeva chiaramente che facevano fatica a nascondere il loro compiacimento! E nell'avvertirci della possibilità di eventi ulteriori, magari anche più devastanti, non si potevano non notare, pur nello sguardo rivolto a un futuro funesto, barlumi di speranza per riconoscimenti sempre più prestigiosi.

E non sono mancate le dotte prediche su come limitare i consumi, inviti a cambiare stile di vita e a tornare alla semplicità della vita agreste per limitare i danni ...

Purtroppo queste prediche non funzionano e, dopo attenta riflessione, ho capito perché e ritengo mio dovere condividere questa mia scoperta!

I sacerdoti della difesa dell'ambiente, apparendo in televisione, mostrano troppo evidentemente di essere sovrappeso e si fa fatica immaginarli mentre riducono i loro consumi per il bene dell'umanità o almeno per dare l'esempio. Anzi vedendoli così rubicondi, anche se lo facciamo certamente in maniera inconsapevole, ci sembra che loro stessi non credano in quello che dicono e decidiamo così di continuare lo stile di vita che abbiamo sempre seguito.

Non a caso, malgrado continui allarmi di disastri prossimi venturi, nessun provvedimento serio a nessun livello è stato preso per ridurre i cosiddetti cambiamenti climatici.

Sono convinto che il primo problema da risolvere sia proprio la comunicazione, anzi, sopratutto, l'aspetto esteriore di chi la fa. Personalmente la televisione la guardo ma spesso non l'ascolto e molti mi hanno detto che fanno altrettanto. Cercherò di dimostrarlo con un fatto apparentemente lontano ma, a mio avviso, "emblematico", come suol dirsi.

Un mio caro amico fa il mendicante professionista. Professionista in senso stretto: laureato al DAMS, con voce sepolcrale che rimbomba sotto i portici di Bologna, manifesta miseria e disperazione. Sostiene, parlando con me, di essere un benefattore perché riesce a soddisfare il bisogno insito in tutti noi di aiutare gli altri (su questo argomento credo abbia fatto la tesi di dottorato).

E' difficile, credetemi, sentendolo mendicare, resistere alla tentazione di dargli del denaro, di portarlo a casa, di adottarlo ... O meglio era difficile. L'ho incontrato alcuni giorni fa e mi ha confidato, avvilitissimo, che non guadagna più quasi niente. Attribuisce questo momento infausto alla crisi e alla concorrenza degli extracomunitari. E' invece ovvio che nessuno si commuove a causa del suo aspetto florido, conseguente al suo successo professionale. Il suo lamento non è più credibile venendo da un uomo in sovrappeso.

Insomma, tornando a noi, per limitare i danni del riscaldamento globale è assolutamente necessario trovare climatologi magri ed emaciati, dotati di una voce stentorea che, con toni apocalittici, siano in grado di terrorizzarci adeguatamente e convincerci a cambiar stili di vita.

E poi sarebbe anche bello qualcuno che se ne intendesse davvero e che spiegasse esattamente come stanno le cose perché non è vero che è tutto chiaro e compreso.

Comunque il capitano MacWhirr, ignaro di tutto questo, non esita a dirigersi con la sua nave e il suo carico umano verso il pericolo. "C'era nei loro movimenti l'accorta prudenza della riflessione e la decisione di una forza possente. Questo era il loro compito: blandire pazientemente una nave sconvolta sopra la furia delle onde e nella direzione precisa donde soffiava il vento".

Con lo stesso spirito del capitano, mettiamo in sicurezza il nostro territorio con tutti i mezzi tecnologici a disposizione e con molto buonsenso. E limitiamo le chiacchiere.

*Geofisico

Sismologia e Magistratura a latitudini diverse

di Enzo Boschi*
Il 20 maggio 2012 si verificò un terremoto di magnitudo 5.9 in Emilia con danni diffusi e alcune vittime. La Commissione Grandi Rischi (CGR) non si riunì. Non venne fatto nessun comunicato operativo e non venne data alla popolazione interessata nessuna indicazione ufficiale su come comportarsi.

Un fatto singolare, perché era la prima volta che succedeva una cosa del genere. Dopo un terremoto di un certo livello la CGR si è sempre riunita per valutare il danneggiamento complessivo e la dimensione dell'intervento necessario: cioè per svolgere i compiti per cui la CGR è stata creata originalmente da Zamberletti più di trent'anni fa.

Riunirsi immediatamente dopo una scossa distruttiva era considerato assolutamente necessario per suggerire i comportamenti da seguire nell'immediato. Non bisogna dimenticare che molto spesso terremoti di quell'entità nel nostro territorio vengono a coppie, cioè si ripetono più o meno nello stesso luogo con caratteristiche quasi identiche nel giro di poco tempo. In ogni caso dobbiamo sempre aspettarci, dopo una scossa di magnitudo attorno a 6, alcune scosse di magnitudo 5, che possono risultare pericolose per la qualità evidentemente modesta degli edifici.

Nel caso del terremoto emiliano, nessuna precauzione venne presa e la gente poté pensare che, a parte le solite scosse cosiddette di assestamento, il fenomeno fosse concluso e, per quanto possibile, riprese le proprie normali attività. D'altronde, se la CGR non aveva ritenuto necessario nemmeno riunirsi non rilasciando alcun comunicato ufficiale, si poteva immaginare che si dovesse stare tranquilli.

Purtroppo, il 29 maggio si ebbe la seconda scossa, questa volta con numerose vittime e con un danneggiamento molto maggiore, come avviene per una seconda scossa nello stesso luogo se nessuna precauzione è stata presa. Neanche dopo la seconda scossa, inspiegabilmente, la CGR si riunì. Lo farà il 5 giugno, solo perché la riunione era "calendarizzata" da tempo, secondo quanto affermato da una fonte ufficiale.

Colpisce davvero il fatto che proprio in una riunione di routine, dopo che si erano verificate due scosse distruttive, venisse lanciato un vero e proprio allarme per un'ulteriore forte scossa che avrebbe dovuto colpire entro breve tempo il ferrarese, cioè si sarebbe dovuto attivare quello che verrà poi chiamato il "terzo segmento". Addirittura, come ho scritto in un precedente articolo per Il Foglietto, il Presidente del Consiglio dei ministri dell'epoca in persona, Mario Monti, si convinse a dare l'allarme in una diretta televisiva di Sky, replicata poi varie volte durante la giornata. Cosa mai successa in Italia e in nessun Paese sismico nel mondo occidentale!

La terza scossa non si verificò, ma l'allarme lanciato così platealmente sta ad indicare che non c'erano motivi procedurali o metodologici per non prendere la stessa iniziativa dopo la prima scossa.

Sarebbe stato molto più sensato e, forse, si sarebbero evitate numerose vittime.

La mancanza di attività della CGR, dopo la prima scossa, si potrebbe assimilare quindi a tutti gli effetti ad una vera e propria rassicurazione.

Incredibilmente, invece, il 5 giugno la CGR raccomanda al presidente  Monti di lanciare l'allarme “terza scossa”.

Per come si è svolta tutta la vicenda, il fatto che, dopo la prima scossa, non ci fu nessuna riunione e che nessuna raccomandazione venne suggerita al Presidente Monti, può apparire del tutto equivalente ad una rassicurazione e la popolazione verosimilmente così la intese, visto che tornò alle normali occupazioni. Non solo, non prendendo neanche in considerazione una seconda scossa, molto più probabile di una terza (se non altro per una semplice questione di logica), dà l'idea di una rassicurazione ancora più forte.

Evidentemente la conoscenza delle caratteristiche della sismicità italiana e della geologia locale non sono state adeguate rispetto agli eventi (ho già ricordato che coppie di scosse da noi sono quasi la norma).

Appare incomprensibile come, per ben più inconsistenti e indeterminate ragioni, sia stata condannata la precedente CGR, dopo il terremoto di L'Aquila.

Anzi, nel caso emiliano le eventuali responsabilità dei sismologi sembrano molto più evidenti. Le rassicurazioni aquilane nascono, infatti, da un comunicato stampa del 30 marzo 2009 fatto dall'Assessorato regionale alla Protezione Civile, e mai smentito, in cui si escludevano addirittura ulteriori scosse. Comunicato fatto senza interpellare i sismologi della CGR dell'epoca.

Per rimediare a una simile assurdità fu deciso di indire una riunione della CGR stabilendone a priori la conclusione, tanto che ne venne spiegato in televisione l'esito, prima che la riunione stessa cominciasse. Durante la riunione, i sismologi mostrarono, con documenti tuttora verificabili, l'alta pericolosità sismica abruzzese e si espressero sulla non prevedibilità dei terremoti.

Dopo la riunione ci fu una conferenza stampa in cui vennero date rassicurazioni ulteriori. I sismologi non furono resi edotti di tutte queste iniziative, non furono invitati, non parteciparono alla conferenza stampa e rimasero ignari di tutta l'operazione di rassicurazione fino al processo, celebratosi quasi tre anni dopo.

Viceversa, in Emilia i sismologi della nuova CGR sono sempre stati protagonisti di ogni momento della vicenda. Perciò appare davvero contraddittoria la necessità di lanciare un allarme “terza scossa”, all'indomani della seconda, risultata devastante, e non dopo la prima scossa.

E' inconfutabile che se si convince il Presidente del Consiglio, cioè il massimo potere esecutivo, a lanciare l'allarme, ci troviamo di fronte ad una previsione vera e propria e niente di meno. Andrebbe pertanto spiegato perché una simile previsione non sia stata fatta immediatamente dopo la prima scossa,  prendendo gli opportuni provvedimenti.

Va ricordato che, immediatamente dopo la scossa aquilana del 2009, la CGR dell'epoca si riunì in seduta praticamente ininterrotta per molti giorni per fornire tutte le informazioni necessarie a gestire la situazione estremamente delicata che si era creata: vi furono scosse successive, anche molto violente, che grazie a questo impegno costante non provocarono vittime. Si impedirono anche pericolose situazioni di panico incontrollabile.

Andrebbe anche spiegato, ripeto, sulla base di quali ragionamenti scientifici una terza scossa sia stata considerata dall'attuale CGR di fatto molto più probabile della seconda.
Tutta questa vicenda ci fa venire il dubbio che, cambiando latitudine, cambi anche la Giustizia e, quindi, che essa non sia uguale per tutti.

Se non è apparso censurabile, sotto alcun profilo, il comportamento  della CGR dopo la scossa del 20 maggio 2012 in Emilia, a maggior ragione non dovrebbe costituire reato quello tenuto dai sismologi che, prima del terremoto aquilano del 6 aprile 2009, fornirono correttamente tutte le informazioni disponibili sulla sismicità abruzzese storica e presente al momento della riunione e che non dettero nessuna rassicurazione.

Nella sua lunghissima sentenza il Giudice di L’Aquila, non trovando traccia di alcuna dichiarazione tranquillizzante mia o di Giulio Selvaggi, ci condanna perché non avremmo fatto alcunché per allarmare. Esattamente la stessa situazione della nuova CGR, dopo la scossa del 20 maggio. Con la differenza che a L'Aquila era in corso una sequenza sismica di piccole scosse, come ce ne sono tante continuamente in Italia. In Emilia c'era stata una scossa di magnitudo 5.9 e provvedimenti erano assolutamente doverosi.

Addirittura, in Emilia prima abbiamo avuto un mancato allarme e, poi, un procurato allarme!

*Geofisico

Negli enti pubblici, Ingv compreso, il cda deve essere solo una struttura di servizio

di Enzo Boschi*

E' successo che sono state rivolte critiche ai due rappresentanti del personale in seno al cda dell'Ingv. Non so se sono meritate o ingiuste e onestamente la cosa mi interessa molto poco. Mi interessa però il fatto che i due, forse nell'impossibilità di difendersi adeguatamente, hanno tirato in ballo la "passata gestione", come hanno fatto in altre circostanze altri personaggi per giustificare i loro fallimenti. Ottenendo, con il riferimento alla "passata gestione", sempre scarsissimo successo e talvolta anche "ingenti perdite", vista la poca credibilità di cui ormai godono.

Per tentare una reazione, con tecnica poco originale i due non rispondono nel merito delle critiche ricevute, ma cambiano argomento e affermano che hanno apportato importanti novità alla organizzazione dell'Ingv. Novità che costituirebbero rilevanti discontinuità e un netto progresso rispetto alla "passata gestione", sottintesa oscurantista e arretrata. Purtroppo per loro la "passata gestione" ha buona memoria (aiutata da 29 agende piene di appunti) e conoscenze dettagliate. Immaginare che i due siano stati capaci di apportare un benché minimo miglioramento a una struttura complessa come l'Ingv richiede un notevole sforzo di immaginazione e forse un atto di fede.

E' del tutto evidente che i meriti che si attribuiscono (scelta dei direttori di sezione sentendo la base e progetti premiali che vengono dal basso) non sono certo riconducibili a loro e sono irrilevanti non tanto per sviluppare l'Istituto, che ormai sembra solo un sogno, ma anche soltanto per rallentarne il declino.

Non desta alcun interesse quello che scrivono, mentre è degno di attenzione il problema posto: ha senso che rappresentanti del personale siedano nel cda? E se sì, che cosa devono fare?

La presenza di dipendenti in seno al cda è un argomento che è stato assai dibattuto in molti Istituti di Ricerca. Fino alla nascita dell'Ingv (formalmente nel 1999, ma operativamente nel 2000), nel cda dell'Ing (senza V) era presente un rappresentante del personale. Il primo fu Calvino Gasparini che nominai anche Vice Presidente, figura allora prevista dal Regolamento.

Nominai Calvino perché in quel tempo ogni mia azione era rivolta a cercare il consenso del personale e coinvolgerlo nelle decisioni. L'Istituto era debolissimo e avevo bisogno di tutto e di tutti per superare una fase durissima. Nominando Calvino feci arrabbiare due prestigiosi (almeno così si consideravano) "baroni" romani, membri del cda, che già vedevano malissimo il fatto che un professore di Bologna si fosse "impossessato" di un Istituto di Ricerca da sempre considerato una piccola appendice della mitica Sapienza.

I due "baroni" non mi perdoneranno mai lo "sgarbo" e mi faranno dispetti di varia natura negli anni a seguire. Dispetti innocui ma fastidiosi. Uno dei due e' scomparso recentemente; l'altro, benché quasi novantenne, continua tenacemente.

In un certo senso danneggiai Calvino perché era diviso fra il suo ruolo quasi sindacale di rappresentante del personale e l'incarico di Vice Presidente, che lo portava naturalmente a preoccuparsi del buon andamento dell'Istituto. Le due cose, come sanno coloro che hanno avuto esperienze di questo tipo, solo in teoria vanno di pari passo.
Comunque, Calvino dette un contributo essenziale al rilancio dell'Istituto e averlo umiliato recentemente, mandandolo via dall'Osservatorio di Rocca di Papa, è stata una inutile cattiveria, che grida vendetta al Cielo.

Finito il mandato, Calvino fu sostituito da Paolo Favali. Forte dell'esperienza passata, non nominai Paolo Vice Presidente. Così si poté dedicare esclusivamente agli interessi del personale.

C'è da dire che nel frattempo l'Istituto, pur sempre con tante difficoltà, aveva superato brillantemente la fase eroica, quella della lotta per la sopravvivenza. Finalmente si discuteva di carriere, concorsi, indennità, rimborsi ... insomma di soldi. Favali era durissimo: i suoi scontri con il Direttore Generale, l'indimenticabile Cesidio Lippa, erano epici, anche per questioni marginali.
Ricordo che Favali, prima e dopo la riunione del cda, si incontrava con il personale, forse per discutere strategie e per raccontare quello che era successo nella riunione. Dico forse perché ovviamente né Lippa nè io eravamo ammessi.

A me non importava, ma a Lippa dispiaceva perché era convinto che Paolo ne approfittasse per portare il personale "sulla cattiva strada".

Importante in quel periodo il ruolo di Tullio Pepe, che faceva da paciere fra i due e da "pontiere" fra le varie anime dell'Istituto. Ciononostante erano tempi belli, molto produttivi e sopratutto molto divertenti.

Si discuteva di questioni molto delicate: per esempio, come si rimborsano le spese e come si compensano le attività connesse alla sorveglianza 24 ore su 24. Sembra una cosa banale adesso ... ma allora la questione non era regolata in nessun ente di ricerca. Bisogna anche tener presente che il servizio di sorveglianza cominciò molto prima dell'arrivo dei telefonini, iPad ...

In più, su tali argomenti la legislazione italiana è confusa, ai miei occhi terrificante! Questo mi permetteva di lasciare andare la fantasia a briglia sciolta, con risultati spesso positivi.

La mia gestione dell'Ingv, la "passata gestione", è avvenuta senza nessun rappresentante del personale nel cda. Nella mia visione, il cda ha un ruolo puramente notarile: tutte le decisioni si prendevano infatti nel Collegio di Istituto, costituito dai Direttori di Sezione. Una struttura mutuata dall'Infn. Le riunioni del Collegio erano lunghe, dure, talvolta sgradevoli. Ero molto abile nel prendermi tutti gli aspetti positivi e dare quasi tutte le colpe a Tullio Pepe, lasciandogli anche le seccature.

Le riunioni del cda duravano, invece, al massimo due ore ed erano poco frequenti: il minimo indispensabile. I membri all'inizio, quando arrivavano, nella loro ingenuità pensavano di poter dar ordini ai ricercatori. La cosa mi faceva imbestialire e rinunciavano rapidamente. I Direttori di Sezione erano nominati dal cda su proposta del Presidente, il quale maturava la sua decisione, sentito il personale delle sezioni.

Pretendevo che i Direttori fossero scientificamente indiscutibili, essendo l'Ingv un ente di ricerca e chi dirige deve essere rispettato. Sottolineo un punto: tutte le nomine erano fatte "su proposta del Presidente" e non erano ammesse interferenze. Ovviamente i membri del cda potevano argomentare e non condividere ma, alla fine, sempre "su proposta" del Presidente venivano fatte le nomine e sempre senza interferenze. Questa filosofia può essere criticata anche aspramente, ma per poterlo fare in maniera credibile bisogna prima meritare giudizi migliori di quelli ottenuti dall'Ingv per il periodo 2004-2010.

Rispondendo alla domanda che le critiche rivolte ai due consiglieri interni pone, la mia opinione è che il cda deve essere fatto esclusivamente da esterni, in rappresentanza dei Ministeri interessati all'ente. I membri nominati devono controllare che siano perseguiti gli scopi dell'Istituto o che almeno si tenti di farlo seriamente, devono aiutare a utilizzare al meglio le risorse disponibili e sopratutto a reperirle.

Le decisioni le devono prendere liberamente coloro che hanno scelto di dedicare la propria vita a un ente di ricerca importante per la scienza e per la sicurezza. Sopratutto devono essere lasciate a coloro che se ne intendono, cioè a chi lavora con successo su temi che richiedono scelte importanti per il futuro dell'ente e della sua vita.

Non a caso il Programma di attività, specialmente il primo che facemmo, veniva assemblato partendo dalle proposte che arrivavano da ricercatori singoli o da gruppi. La parola d'ordine era "Nessuno si senta escluso", mutuata da Francesco De Gregori!

C'erano poi discussioni anche feroci sulla maggiore o minore importanza che certi temi ricevevano nella stesura finale ma le consideravo manifestazioni di buona salute. Forse non c'erano "progetti premiali dal basso", ma c'erano i soldi per mandare avanti tutti i progetti interessanti, "premiali" e non, dal basso o dall'alto, da destra e da sinistra.

Il comportamento di certi membri del cda sarebbe comprensibile se l'Istituto fosse una struttura privata, di cui loro avessero acquistato una quota. In un ente pubblico, il cda, Presidente compreso, è soltanto una struttura di servizio per le attività dei ricercatori e per il Paese. I ricercatori bene farebbero a ricordarlo anche in maniera energica ai loro consiglieri.

Tutto ciò premesso, invito e consiglio a cessare ogni tentativo di scaricare fallimenti di qualunque natura sulla "passata gestione", perché, come ho già detto, la "passata gestione" ha molta memoria, sempre meno pazienza e una certa tendenza a incattivirsi.

*Geofisico

Nascita, splendore e declino della Commissione Grandi Rischi

di Enzo Boschi*

Si narra che l'indimenticabile Presidente Sandro Pertini, profondamente turbato dal disastro del terremoto della Campania e della Basilicata del 1980, volle fortemente che si creasse il Ministero della Protezione Civile e che venisse affidato a Giuseppe Zamberletti.

Con la nomina di Zamberletti parte un'avventura politica e culturale irripetibile, che metterà assieme ricerca scientifica, tecnologie, medicina, esercito, volontariato ...

La Protezione Civile, mai considerata nel passato, diventerà un argomento di grande interesse. Fioriranno rapidamente assessorati alla Protezione Civile in tutti i Comuni, le Province e le Regioni. Si assisterà ad una crescita impressionante del numero dei volontari.

Zamberletti, al momento della nomina, stava affrontando la terribile tragedia Irpina (il sisma del 1980 verrà riduttivamente, in senso geografico, definito dell'Irpinia) come Commissario Straordinario del Governo. Aveva già mostrato notevoli doti nel dopo-terremoto del Friuli del 1976 diventando uno degli uomini più popolari d'Italia. In Friuli era stato nominato Commissario da Francesco Cossiga, all'epoca Ministro degli Interni.

Le questioni di protezione civile infatti erano a quei tempi compito degli Interni, anche se non esisteva una vera e propria struttura operativa. La necessità della Commissione Grandi Rischi maturò nella mente di Zamberletti durante il dopo-terremoto friulano. C'erano molte scosse successive alla scossa principale, le cosiddette scosse di assestamento, che erano oggetto di grande dibattito fra gli esperti che seguivano il fenomeno. I vari esperti singolarmente riferivano a Zamberletti le loro opinioni sempre divergenti e con giudizi decisamente negativi sulle capacità scientifiche degli altri esperti. Almeno questo mi raccontò anni dopo Zamberletti, divertendosi un mondo al ricordo.

La questione dell'informazione era comunque diventata delicata al punto che Cossiga convocò i Professori Ordinari di discipline geofisiche di tutte le Università italiane. Un vero e proprio summit per trovare una soluzione definitiva. Una ventina di persone in tutto, riunite al Viminale. Per me, poco più che trentenne, fu il primo incontro con il potere politico.

Cossiga fece un interessante ed esteso discorso introduttivo sulla difficoltà per i politici di prendere decisioni tecniche in situazioni delicate come possono essere quelle che riguardano zone sismiche. Concluse invitandoci ad esprimerci liberamente sul tema e a dare tutti i suggerimenti che ritenevamo necessari. Io cominciai subito a preoccuparmi, come mi succedeva al liceo quando il professore studiava il suo registro per stabilire chi interrogare, perché non avrei saputo assolutamente esprimere niente di particolarmente intelligente.

Fortunatamente, il Professore più prestigioso della compagnia chiese di parlare. Ricordo che invidiai il suo atteggiamento sicuro e deciso: l'atteggiamento di colui che sa dire la cosa giusta al momento giusto. Ringraziò il Ministro per l'invito e pose immediatamente un problema: la richiesta di un posto di Assistente per una sua collaboratrice bravissima. Mentre i meriti della collaboratrice venivano illustrati in dettaglio, vidi Cossiga prima rimanere quasi a bocca aperta poi con fatica trattenersi dal ridere.

Si ricordò improvvisamente di un impegno importantissimo e ci affidò a un suo collaboratore che avrebbe preso nota dei nostri "indubbiamente importanti suggerimenti" (disse proprio così), che gli sarebbero stati poi riferiti e dei quali avrebbe senz'altro tenuto conto. Era quasi l'una e la prima cosa che fece il collaboratore del Ministro fu di invitarci, con grande e ferma gentilezza, alla concisione perché si stava avvicinando l'"ora canonica". Mi ci volle un po' per capire che intendeva dire che si stava avvicinando l'ora di pranzo. La riunione volse rapidamente alla fine e non ebbi problemi a nascondere la mia deplorevole mancanza di proposte utili alla collettività.

Da questa esperienza ricavai la convinzione che ai politici non si chiedono mai favori ma si portano proposte concrete, che comportino la soluzione del tuo problema. Tutto inoltre deve essere espresso sempre con discorsi brevi. Imparai successivamente l'importanza anche di aver sempre pronto un appunto scritto anch'esso conciso, ma questa è un'altra storia.  Comunque, il problema della gestione e della diffusione delle informazioni continuò chiaramente a preoccupare Zamberletti.

Una delle prime cose che fece, creando il ministero quattro anni dopo il nostro indimenticabile incontro con Cossiga, fu appunto la Commissione Grandi Rischi (CGR) come organo di consulenza del Ministro.

Agli inizi non ne facevo parte: fui cooptato dopo la nomina a Presidente dell'Istituto Nazionale di Geofisica.

L'attività consisteva principalmente nell'individuare le debolezze culturali e strutturali del sistema nazionale complessivo con tutti i suoi rischi possibili e immaginabili e nell'indicare, quando possibile, le soluzioni. Infatti, fra le attività della CGR c'è la previsione, non dei fenomeni naturali, come qualcuno ha pensato nel recente passato, bensì la previsione dei problemi che essi comportano.

Se si affrontavano difficoltà e emergenze connesse all'attività sismica e vulcanica del Paese, le riunioni si concludevano sempre con una deliberazione approvata all'unanimità seduta stante. Il testo della deliberazione veniva dato al Ministro e ai giornalisti interessati, in modo che arrivassero a tutti informazioni corrette e omogenee. A sua volta Zamberletti non faceva dichiarazioni senza aver prima consultato la CGR. Il che gli consentiva di riflettere prima di rispondere o di dire no elegantemente a richieste che non considerava possibile soddisfare: "Mi dispiace, purtroppo la CGR mi dice che ...". Impediva pervicacemente ogni possibile interferenza fra lui e la CGR, che considerava una specie di sua coscienza critica. Insomma, era riuscito a ottenere quanto gli serviva per una gestione serena dei grandi temi, che doveva affrontare quasi giornalmente senza aver l'assillo di dover decidere ogni volta a chi dar retta. E, pur assumendosi tutte le responsabilità, non doveva trovare personalmente tutte le soluzioni.

Poi ci furono molte crisi di Governo e molti Ministri presero successivamente il posto di Zamberletti. Alcuni decisamente poco interessati alle questioni che il Ministero comportava.

Altri addirittura seccati di essere stati messi a capo di un dicastero poco politico e poco prestigioso. Poi il Ministero scomparve e per un po' la Protezione Civile fu gestita da un Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Infine rimase solo il Dipartimento della Protezione Civile.

I problemi affidati al Dipartimento nel tempo divennero sempre più numerosi e più complessi.

La CGR, riformata e modificata varie volte, ha perso sempre più la sua importanza anche se è aumentato esponenzialmente il numero dei suoi membri.

*Geofisico

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