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Martedì, 17 Feb 2026

altL’assemblea sindacale del 29 gennaio scorso, che aveva visto il personale informatico dell’Istat riunito per esaminare la proposta di riorganizzazione della Direzione centrale per le tecnologie dell'informazione e della comunicazione, si concludeva con l’approvazione di un articolato comunicato, diffuso il 6 febbraio, che si concludeva con una richiesta di incontro con i vertici dell’Istat e con l’invito a Usi-Ricerca a formalizzare la richiesta medesima.

Il sindacato, condividendo in toto l’analisi, le considerazioni e le preoccupazioni emerse tra i lavoratori nel corso dell’assemblea ed evidenziate nel predetto comunicato, provvedeva a dare corso all’istanza, inoltrando la richiesta di incontro sia al presidente che al neo direttore generale dell’ente statistico.

Stante il prolungato silenzio da parte dei destinatari, veniva inviato un sollecito, anch’esso rimasto lettera morta.

In disparte quello che si appalesa, sotto l’aspetto formale, un comportamento poco elegante degli organi di vertice dell’Istat, ciò che colpisce maggiormente, però, è l’aspetto sostanziale, che sembra dimostrare il più totale disinteresse verso le legittime istanze del personale che, per il tramite del sindacato, ha tutto il diritto di chiedere e ottenere doverosi chiarimenti su quello che deve essere il futuro dell’informatica all’Istituto di statistica, anche alla luce di tante perplessità evidenziate nel comunicato diffuso alla fine dell’assemblea del 29 gennaio scorso.

Un argomento, quello del settore informatico, che il presidente Alleva aveva dimostrato di conoscere prima di approdare in via Balbo, dal momento che nell’ormai famoso documento programmatico, consegnato alle Commissioni parlamentari, che dettero disco verde alla sua nomina, aveva scritto: “Particolare attenzione sarà data al miglioramento dei servizi informatici, voce rilevante dei costi dell’Istituto”.

Peccato che, fino a oggi, non abbia trovato il tempo di illustrare come, quali e quanti saranno (se ci saranno) questi miglioramenti.

Di sicuro c’è che - mentre le legittime istanze del personale vengono immotivatamente ignorate, al pari della richiesta di documentazione sul progetto Change Management, inoltrata al direttore della Dcit più di un anno fa - il progetto stesso è tutt’altro che fermo e si arricchisce di nuovi e costosi tasselli, come la recente acquisizione, tramite Rdo sul mercato elettronico, di una piattaforma software per la realizzazione del Configuration Management Data Base e dei processi di operation (CMDB), per un periodo di 18 mesi, al costo di circa 230 mila euro, Iva inclusa.

Su quest’ultima scelta c’è tra gli addetti ai lavori chi ha storto la bocca e si è chiesto: perché non si è optato per un CMDB Open source, vale a dire gratuito, di quelli molto utilizzati dalla P.A. e da organizzazioni private di rilievo come, ad esempio, la Ferrari?

Una domanda che molti lavoratori dell’informatica vorrebbero fare direttamente al presidente Alleva. Quando e semmai si deciderà a rispondere alla richiesta di incontro del sindacato Usi-Ricerca.

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