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Domenica, 24 Mag 2026

La parola “scienziato”, che usiamo correntemente come se fosse sempre esistita, ha in realtà una storia relativamente recente e contrastata. Anche se si trova (assai raramente) in italiano sin dai tempi del Boccaccio (a comparazion di lui e degli altri uomini scienziato) come sinonimo di esperto, essa, nel suo significato attuale (“Chi ha acquisito profonda conoscenza di una o più scienze, attraverso studî intensi e costanti, e con serietà di metodo e d’indagine”, secondo la Treccani) fu infatti coniata nel 1833 dal filosofo, mineralogista e storico della scienza William Whewell (1794-1866), che in seguito fu rettore del Trinity College a Cambridge e mentore di Charles Darwin.

Whevell presentò il termine durante il terzo incontro annuale della British Association for the Advancement of Science “in risposta alla forte obiezione di Samuel Taylor Coleridge [il grande poeta romantico] al fatto che gli uomini di scienza usino la parola filosofo per definirsi”. In quel periodo non esisteva una designazione generale per i vari ricercatori e sperimentatori nelle diverse aree che si stavano sviluppando sempre più velocemente dopo i progressi della Rivoluzione Scientifica del secolo precedente: geologi, mineralogisti, botanici, paleontologi, zoologi, chimici, naturalisti, fisiologi, fisici, anatomisti, ecc., tutti operavano in quel campo onnicomprensivo definito come “filosofia naturale”.

Subito dopo averlo proposto nella riunione del 1833, Whewell lo mise per iscritto nella recensione che fece l’anno successivo di On the Connection of the Phisical Sciences di Mary Sommerville. Whewell sosteneva che la scienza stava diventando troppo divisa, che i chimici e i matematici e i fisici avevano sempre di meno cose in comune. “Una curiosa illustrazione di questo fatto - scriveva - si può osservare nel desiderio di qualsiasi nome che possa designare collettivamente gli studiosi del mondo materiale”. Proponeva allora “scientist”, in analogia con “artist”, come la parola che poteva fornire unità linguistica a coloro che investigavano le varie branche delle scienze.

Curiosamente, mentre la maggior parte dei ricercatori scientifici in Gran Bretagna continuarono a rifiutare il termine, preferendo “uomo di scienza” in modo parallelo a “uomo di lettere”, una designazione considerata prestigiosa, in America la reazione fu esattamente quella opposta. Dagli anni ‘70 del secolo, “scienziato” aveva soppiantato “uomo di scienza” negli Stati Uniti, dove era riferito specificatamente alla persona dedita alla scienza “pura”, in opposizione a chi usava la conoscenza scientifica per scopi commerciali. Oltreoceano, “scienziato” divenne così largamente usato che molti osservatori britannici, tra i quali Alfred Russel Wallace, pensavano che la parola fosse stata coniata negli Stati Uniti.

Ancora sessant’anni dopo che Whevell aveva proposto il termine, iniziò in Gran Bretagna un dibattito serrato, iniziato da J. T. Carrington, editore della popolare rivista scientifica Science-Gossip, che trovò per una volta l’antidarwinista Duca d’Argyll e Thomas Huxley, il “mastino di Darwin”, concordi nel rifiutarlo. Carrington aveva notato la diffusione di “scientist”, che, a suo giudizio, “non era soddisfacente" e scrisse a otto eminenti scrittori e scienziati per chiedere se lo ritenevano legittimo. Risposero in sette. Huxley e Argyll facevano parte della maggioranza di cinque contro due che condannavano il termine. "Lo considero con grande avversione", proclamò Argyll. Huxley commentó con spirito che la parola in questione "deve essere piacevole quanto ‘Elettrocuzione‘“.

Naturalmente non si trattava solo di una polemica terminologica, ma il rifiuto o l’accettazione di “scientist” comportava anche il posto che la scienza stessa e i suoi praticanti dovessero avere nella società.

Il pregiudizio contro “scientist” rimase ancora nel XX secolo inoltrato, come risulta dal nuovo dibattito avviato nel 1924 dal principale giornale scientifico britannico, Nature, con alcuni che rifiutavano la sua adozione sostenendo il giudizio espresso dal naturalista E. Ray Lancaster, secondo il quale “scienziato ha acquisito (forse ingiustamente) il significato di un trucco da ciarlatani”. Non è difficile leggere i residui di paternalismo e pregiudizio classista in questo giudizio, condiviso da un numero di membri della comunità scientifica britannica così significativo da tenere la parola ostracizzata sulla rivista, da quasi tutte le istituzioni scientifiche inglesi e dalla Cambridge University Press. Fu solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che la stessa Nature avrebbe usato “scientist” come “il termine britannico accettato per una persona che faccia ricerca scientifica”.

Riferimenti:

Richardson, J., William and Henry James, and the Impact of Science, in Literature and Science, Edited by Steven Meyer, Cambridge University Press, 2018

Baldwin M., The history of “scientist”, in The Renaissance Mathematicus (blog di Thony Christie), July 10, 2014,
https://thonyc.wordpress.com/2014/07/10/the-history-of-scientist

Marco Fulvio Barozzi
laureato in scienze geologiche, già insegnante di scienze e matematica. È il compilatore del blog Popinga, nato per investigare i collegamenti tra scienza e letteratura
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