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- di Roberto Tomei
Com’è noto, tutti i governi della Seconda Repubblica, vale a dire degli ultimi vent’anni, hanno sempre rivendicato, nell’ambito dei loro programmi, la centralità della ricerca, ripetutamente indicata come una priorità.
Dunque il QE di Supermario stabilisce che ogni mese la Bce, in gran parte per il tramite delle BC nazionali, compri 60 miliardi di titoli appartenenti a varie categorie ed emessi da soggetti assai diversi fra loro. Questi soldi, che verranno gentilmente depositati nei bilanci delle banche che li vendono, dovrebbero far sorridere imprese e famiglie e quindi rilanciare investimenti e consumi, anche considerando che diminuirà il costo dei debiti. Ma intanto dovrebbero restituire il sorriso che andava offuscandosi ai mercati finanziari, sia borsistici che valutari, alleggerendo il cambio dell’euro e quindi incoraggiando gli esportatori a produrre di più. E tutta la tiritera che conosciamo. A cominciare dal pretesto dell’inflazione bassa.
La recente sentenza della Corte di Giustizia Europea in materia di abuso dei contratti a tempo determinato nella Scuola pubblica ha fatto registrare numerosi commenti, anche perché il contenuto potrebbe estendersi al resto della Pubblica amministrazione.
In questo particolare e alquanto difficile momento storico, nel quale tutti i mali della nostra italietta sono a causa e per colpa dei “sindacati” e dei “dipendenti pubblici” (pubblica amministrazione in toto), mi resta difficile parlare (e scrivere) di sindacalismo all’interno della pubblica amministrazione.
Siamo ancora una democrazia parlamentare? Si direbbe di no. Ogni giorno che passa Camera e Senato decidono sempre meno. E va bene che le assemblee parlamentari sono composte da nominati e non più da eletti, tuttavia, per la nostra carta fondamentale esse dovrebbero assumere tutte le decisioni più importanti per il paese. Invece, di giorno in giorno sono sempre meno le decisioni assunte dalle aule. Così, anche oggi, un altro mattone delle prerogative parlamentari è caduto.
Molto si è detto sull’opportunità di fissare un valore massimo di indebitamento rispetto al Pil. Resta il fatto che, con le regole attuali, se l’Italia sfora il tetto del 3% la Commissione europea avvia la procedura per deficit eccessivi e si rischia di perdere i possibili benefici derivanti dalle nuove regole sulla flessibilità negli investimenti.
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