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Mercoledì, 29 Apr 2026

Tornando da Acerenza, la voglia di caffè ci spinge ad entrare in Genzano di Lucania. Un piccolo bar, due sedie e un tavolino che occupano quasi tutto il marciapiede del corso principale. Decido di mostrare a Remina la Fontana Cavallina (foto a sinistra), lì a due passi. Una moltitudine di mattoni dal caldo colore antico ci accoglie, assemblati in muri che abbracciano una piazza, una bomboniera che incastona abbeveratoi monumentali.

Campeggia una grande vasca, dalle bianche pareti di pietra, con l’acqua che cangia colori come il cielo che vi si specchia. Uno stormo di colombi grigi, azzurri, lucidi e lindi, disturbati mentre si dissetano e si rinfrescano, si levano in volo in ordinata formazione. Svolazzano all’interno della piazza, posandosi su altri abbeveratoi addossati al muro e su una costruzione centrale da cui sgorgano fontanelle. Attendendo che gli intrusi escano dal loro campo.

La piazza un tempo era animata da cavalli, asini, muli, piccoli e grandi proprietari di campi e masserie, “cafoni” e braccianti che tornavano stanchi dalle arature, dalla semina, dalle erpicature, dalla concimazione a base di letame, da “passà gran”, dalla mietitura e dalla “pesatura” e, più tardi, dalla trebbiatura.

Scene man mano scomparse con l’avvento di cavalli meccanici, Landini sbuffanti e attrezzature man mano più moderne. Ricordo il primo trattore dalle ruote di ferro ramponate e “a testa calda”. Detto così perché sulla parte frontale aveva una bocca che andava riempita di carboni mantenuti ardenti per scaldare una parte della camera di combustione. Più tardi si sarebbe usato il gas allo scopo. Dopo aver scaldato così la bocca bisognava innescare il meccanismo ruotando a forza di robuste braccia un pesante volano, badando a schivare i suoi pericolosi rinculi. E finalmente, il tufftutuff, tufftutuff, tufftuff dal ritmo sempre più accelerato svegliava noi e tutta la masseria, piccolo villaggio di pastori, massari, giumentari, vaccari, porcari, braccianti che così iniziavano la giornata di lavoro.

Presso la fontana, come in tutti i paesi, soprattutto donne, tutte vestite di nero, litigavano per “ammarrare” per prime barili secchi e recipienti di terracotta. Se questi uscivano indenni da urti e spintoni, se li caricavano sul capo protetto dalla “spara”, telo attorcigliato e disposto ad anello, per stabilizzare ed equilibrare il carico.

Più grama la vita nel passato remoto per le genti di “proprietà” dei signori di turno, di quelle che servivano nei palazzi importanti, nelle grandi masserie e di quelle che nel tempo hanno eretto e ampliato il Castello di Monteserico, che, a 15 km dal paese, dai suoi 550 metri di altezza vigila e veglia su un vastissimo territorio di confine fra Basilicata e Puglia.

Scura, verde mare, gialla con l’avvicendarsi delle stagioni la terra che raccoglieva storie lacrime e sudore di chi vi lavorava. Come in tutto il meridione d’Italia, Longobardi Bizantini Normanni Svevi hanno spadroneggiato da queste parti.

Federico II, autore delle illuminate “Costituzioni di Melfi”, amava abitarci, diviso fra Castel Lagopesole, Melfi, Lucera, Palermo. Attirato, fra l’altro, dalla presenza di rapaci che usava per la caccia, a lui tanto cari da scrivere “De arte venandicum avibus”. Federico II, lo “Stupor Mundi”, quello che scrisse nelle sue Costituzioni, grande Codice non solo per quei tempi, di rispettare le donne, e di non inquinare i fiumi. Quell’imperatore che a Gerusalemme ottenne che pellegrini ebrei e musulmani fossero trattati allo stesso modo. Anche per questo scomunicato dal Papa.

Del passato, oltre al Castello e alla Fontana, sono da visitare a Genzano il centro storico, il Palazzo marchesale De Marinis, la Chiesa Maria SS. della Grazie. Non bisogna poi mancare di godere del cibo lucano e della ospitalità della gente del posto.

Nota dolente, oggi altre schiere di colonizzatori, con ben altre armi, insidiano il Castello per infiggere in ogni dove, altissime in tutto il campo visivo, trappole rotanti per rapaci. Ammantati di green, questi colonizzatori tentano di passare per benefattori, che porterebbero ricchezza e “indipendenza energetica”. E che pretendono addirittura di abbellire il Paesaggio paragonando i loro pali a cattedrali gotiche e acquedotti romani.

Povera Basilicata. Solo la Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio, e alcuni illuminati lottatori, potrebbero salvarti, se pure già sfregiata e umiliata.

Quando visito paesi e contrade, mi piace leggerci passato, presente e futuro. Genzano di Lucania vi aspetta per essere letta. La Basilicata tutta per essere difesa.

Vitantonio Iacoviello
Consigliere Nazionale Italia Nostra
Presidente Sezione Vulture Alto Bradano
facebook.com/vitantonio.iacoviello/
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Il testo dell'articolo è apparso sul Quotidiano del Sud del 10 gennaio 2024

Gran Tour della Basilicata, articoli precedenti apparsi su IlFoglietto.it:
Gran Tour della Basilicata: Pietragalla, il paese dei 200 Palmenti
Acerenza, da dovunque arrivi, ti chiede di immortalarla
Grottole, luogo magico, nuvole trasparenti, valli e colline e calanchi
Venosa, splendito territorio ricco di tracce del passato, ceramiche e pregiati vini
Aliano, appollaiato sugli spettacolari calanchi della Basilicata, dove vive il ricordo di Carlo Levi
Stigliano, ricco di opere artistiche, leggende, moncacelli benevoli

 

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